Quando la tecnologia fa diagnosi (e fa riflettere) 🤖🧠
- Marco Lanciano Consulting
- 17 ott 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Oggi non pensavo di scrivere questo post, ma quando mi è stato raccontato l'accaduto, sono rimasto così colpito da sentire il bisogno di condividerlo.
Per tutelare la privacy, userò nomi inventati per raccontare l’aneddoto.
Qualche giorno fa, Mario ha iniziato ad avvertire un dolore in una zona del corpo.
Era il weekend, niente di troppo allarmante, così — quasi per gioco e con un po’ di ironia — Mario chiede a ChatGPT un parere.
Fino a qui, nulla di strano, ma Mario non si limita a una domanda generica: costruisce la conversazione in modo intelligente, facendosi suggerire domande specifiche che lui stesso non avrebbe pensato di porsi.
Rispondendo, il sistema gli restituisce una lista di possibili diagnosi ordinate per probabilità, con anche indicazioni sul trattamento.
Il lunedì successivo, Mario consulta il suo medico.Grazie al confronto con l’AI, riesce a descrivere meglio la situazione e i sintomi. Il dottore ascolta e prescrive un farmaco.
Ma in farmacia accade qualcosa di inaspettato…
Mentre Mario mostra la ricetta e racconta i sintomi alla farmacista, lei (e una sua collega) esprimono perplessità sul farmaco prescritto.
Mario torna quindi su ChatGPT, cita il farmaco suggerito dall’AI…
E la farmacista conferma: “Quello ha molto più senso.”
Perché ho voluto raccontare questa storia?
Non opero in ambito medico, ma mi occupo di tecnologia 💻 e so quanto possa essere trasversale e trasformativa.
Questo episodio mi ha colpito perché ha mostrato come una buona interazione con l’intelligenza artificiale possa potenziare l’essere umano — non solo in termini informativi, ma anche nel modo di pensare.
Soprattutto in un contesto come quello italiano, dove il numero di medici è in calo e il medico di base è sempre più difficile da trovare, il pensiero nasce spontaneo:
e se il futuro della sanità passasse anche da qui❓
L’intelligenza artificiale, in casi come questo, può essere uno strumento prezioso, ma serve consapevolezza.
Il rischio più grande non è che l’AI sbagli…È che l’essere umano, col tempo, smetta di farsi domande, di sviluppare intuito, di esercitare quel pensiero critico che nasce solo dall’esperienza.
La tecnologia deve supportare, non sostituire.
Altrimenti, nella comodità dell’automazione, potremmo perdere proprio ciò che ci rende davvero insostituibili.





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